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Roberto

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Prima o poi la smetterò di credere alle favole... Non c'è lieto fine e il buono perde...
Anche se... Ogni tanto può accadere che un sogno si realizzi... E che il buono di turno trovi il suo happy end... Giusto per confermare la regola...
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Alessio

Il Cavaliere Pazzo

I'm what I'm... It's only me... Welcome to my truth...
July 16

Baziwood

«Di notte da Los Angeles si vede splendere lontano sulle alture di Beverly Hills una gigantesca scritta luminosa che proietta immense nel buio le sue lettere di fiamme: "Hollywood Land". È il Sogno che fa balenare il suo richiamo alle genti. Hollywood, Mecca del Cinematografo.» (Arnaldo Fraccaroli,"Hollywood ovvero l’Illusione", 7 agosto 1927 - "Corriere della Sera").
Marco alzò gli occhi da quel ritaglio di giornale, capitatogli fra le mani mentre sistemava la scrivania del padre. “Hollywood” pensò ancora il ragazzo, e una smorfia che assomigliava ad un mezzo sorriso gli attraversò il volto per un istante. Riprese a sistemare documenti, continuando a rimuginare su quella frase: “il sogno che fa balenare il suo richiamo alle genti”. Un richiamo che non sarebbe mai giunto a Bazia, paesino di cinquecento anime o poco meno, incastrato a forza fra le montagne, a una cinquantina di chilometri da quella che Marco avrebbe definito “civiltà di base”: un cinema, un pub, un internet café… 
Invece, fra quelle case e quelle viuzze strette, sistemate confusamente intorno ad una piazza, c’erano solo il bar di Santi e la bottega di Nunziatina, oltre, naturalmente, alla chiesa. Per trovare una guardia medica si doveva scendere fino a Cresta, cinque chilometri più a valle.

- Marco hai finito? Sbrigati che aspetto un cliente -.

La voce era quella di suo padre. Il tono era quello piatto di sempre. Mai alterato, mai contrariato né felice. Sempre quello. E non sarebbe cambiato.
Venuti Rag. Salvatore, quarantotto anni, di cui quasi trenta spesi a far di conto. Mai un piede fuori dalla provincia, tranne quando era partito per il servizio militare, un periodo di cui, però, non parlava mai, come del resto della sua vita.
Fisico asciutto, né alto né basso. Giacca e cravatta, camicia rigorosamente bianca, accostamenti impeccabili, quasi sempre vestito di grigio.  No, non sarebbe cambiato mai il ragionier Venuti. Era quello che era stato ieri e ier l’altro, e sarebbe rimasto lo stesso anche dopodomani. Era figlio di quel paese, di quella vita, o nonvita che dir si voglia. Faceva parte del grande meccanismo di quella piccola realtà.
Una realtà certamente non facile per un ventenne che sogna e guarda la vita attraverso la tv e il monitor del suo pc, chiedendosi perché sia nato proprio lì.
Era sveglio Marco, un ragazzo con un’intelligenza acuta che faceva ferocemente a pugni col suo fisico da cartone animato. Alto, secco e incurvato come gli stoccafissi appesi nella bottega di Nunziatina, sorprendeva chiunque si trovasse a parlare con lui.

Ascoltava, Marco. Ascoltava sempre, fissando chi gli stava davanti con i suoi occhi neri apparentemente assonnati. Poi, quando il suo interlocutore si interrompeva, lui attendeva un paio di secondi e finalmente diceva la sua. Avrebbe sorpreso chiunque con quella voce talmente roca che sembrava la prendesse sottoterra.  Ma più della voce riuscivano a sorprendere le sue battute, le risposte sferzanti, secche, ironiche.

- Marco, allora, hai finito? E’ tardi! -

Salvatore era arrivato di fronte alla porta spalancata dello studio. Marco sollevò lo sguardo un attimo, per abbassarlo subito dopo. Attese un paio di secondi e poi, con tono serissimo:

- Si fa presto a dire «e tardi». Guarda che non tardo mica… Non ho granchè da fare oggi -.

Salvatore questa proprio non la capì. Si limitò a non commentare, come nella maggior parte dei casi. E sul volto di Marco, rivolto verso il pavimento, comparve un impercettibile ghigno divertito.
Non era facile capire se stesse scherzando o meno, e non poche volte la sua fresca sfrontatezza, da piccolo, gli era costata una fuga precipitosa per scampare agli schiaffoni di nonno Sasà, che però, dopo averlo fatto fuggire, se la rideva di gusto sotto i baffi canuti… Lo divertiva quel monello con gli occhi stralunati.
Ora il nonno non c’era più, ma Marco continuava a rispondere alla stessa maniera, facendo roteare per aria le parole, afferrandole da sottoterra e strofinandole sotto al muso di chi si aspettava di sentirgli dire tutt’altro.
La vita a Bazia scorreva senza tempo, come se tutto il paese roteasse su un gigantesco tapis roulant. Ogni giorno le stesse persone alla stessa ora negli stessi posti. 

Gli occhi di Marco, però, continuavano a guardare, a scrutare non osservati, come sempre. Ma nemmeno quegli occhi così attenti, così pronti, avrebbero mai potuto intravedere ciò che da lì a poco avrebbe sconvolto la sua vita.
A volte basta poco per cambiare le sorti di un popolo, figurarsi di una singola persona. Nel caso di Marco il fato assunse la forma di un pneumatico malinconicamente afflosciato lungo la strada statale che costeggiava Bazia. Attaccata al suddetto pezzo di gomma, un’elegante berlina tedesca. Un tipo d’auto che non si vedeva facilmente da quelle parti. E che avrebbe sicuramente attirato l’attenzione di qualche benedetto passante, magari pronto a dare una mano al tizio che in quel momento stava imprecando al cellulare, anzi, per meglio dire, col cellulare… Tra quelle montagne non era difficile trovarsi in una zona senza copertura telefonica. E il curvone in cui l’auto era rimasta in panne era proprio una di queste.
Nel frattempo un vecchio Booster dalla marmitta caciarona arrancava a stento verso il destino del suo giovane proprietario. Le gambe di Marco, troppo lunghe per stare comodamente su quello scooter, spuntavano inclinate ai lati del motorino quasi fossero delle appendici aerodinamiche, coperte da un paio di jeans oversize che ne celavano la reale magrezza. Sul retro del giubbottino smanicato una scritta, “I’m not mad”, applicata a mano.

La strada fra Cresta e Bazia si percorreva in cinque minuti. All’andata, perlomeno, visto che per quel rottame scarburato ogni risalita sarebbe potuta essere l’ultima.  Marco imboccò l’ultimo rettilineo prima del bivio che lo avrebbe dirottato verso il suo futuro. Infilò la biforcazione come sempre, e dopo la curva si ritrovò di fronte un vestito che si muoveva istericamente. L’abito conteneva a stento un uomo tracagnotto, buffissimo e sudaticcio.
Il ragazzo, con calma glaciale, rallentò fino a fermarsi. Sceso dallo scooter si sistemò con le mani i lunghi capelli castani che rendevano il suo viso ancora più affilato. Si avvicinò all’uomo, che nel frattempo aveva smesso di dimenarsi e, arrivato a un metro da questi, inclinò il capo ed iniziò a scrutarlo dall’alto in basso, col suo solito sguardo inespressivo. Quando gli occhi di Marco incontrarono finalmente quelli dell’uomo in doppiopetto, questi era perfettamente immobile, le braccia quiete lungo i fianchi tondeggianti, il cellulare nella mano destra. Marco protese leggermente il collo in avanti, facendolo sembrare ancora più lungo di quanto fosse in realtà e, finalmente, senza staccare gli occhi da quelli dell’uomo, inarcando le sopracciglia disse:

- Bella macchina… -

Poi, in un silenzio surreale passò un tempo brevissimo e interminabile. E accadde. Come accade sempre.
Un boato da dentro, irrefrenabile, incontenibile. Quell’energia spudorata che risale dal cuore, afferra l’aria dai polmoni e svicola tra le corde vocali, fino a esplodere dalla bocca già aperta.
Una risata vera, sfacciata, incontrollabile si impossessò dell’uomo in doppiopetto. Iniziò a ridere a crepapelle. Si accasciò sulle ginocchia tozze, affannandosi, cercando di riprendere fiato, boccheggiando come si fa solo in quei casi, con le lacrime agli occhi e il viso paonazzo. Osservò allora il volto imperturbato del ragazzo e riprese più forte di prima. Sulla faccia di Marco comparve il solito ghigno impercettibile.
Non appena riuscì a calmarsi, l’uomo si rialzò, barcollando ancora sulle piccole gambe. Respirò profondamente e poi disse:

- Ma tu chi sei? Da dove salti fuori? Quella voce così strana come può essere quella di un ragazzo? Mi stai prendendo per il culo? -  

In pochi secondi esplose decine di parole verso il ragazzo che aveva di fronte. Marco non si scompose minimamente. Continuando a fissare allo stesso modo l’interlocutore, prese fiato impercettibilmente e poi rispose:

- Marco. Dal bivio. Non so. No -

L’uomo dilatò gli occhi stordito e si grattò la nuca con fare riflessivo.

- Si. Mi stai prendendo per il culo. E lo fai da dio – concluse farfugliando quasi fra sé e sé.

Tra il divertito ed il rassegnato, riprese a parlare:

- Mi chiamo Tonino Ljungberg. Potresti darmi un passaggio fino al paese più vicino? Dovrei far riparare l’auto –

Il ragazzo girò su se stesso senza dire una parola, inforcò il motorino e si avvicinò all’uomo facendogli cenno di montare sullo scooter.

Al bar di Santi, Tonino e Marco parlarono molto. Più che altro, quello che parlò fu quasi sempre il signor Ljungberg. Marco si limitò ad annuire e, di tanto in tanto, a buttare lì qualche frase che, puntualmente, fece sbellicare dalle risate il povero uomo in doppiopetto. Marco quel pomeriggio scoprì molte cose. Scoprì quanto lo faceva stare bene far ridere qualcun altro. Scoprì che esisteva almeno una persona cui piacesse il suo humor. Scoprì, soprattutto, che Tonino era mr. “Toljun”, ossia il proprietario di una fra le più grandi aziende produttrici di format televisivi d’Europa.
Ljungberg non era lì per caso. Avrebbe dovuto incontrare uno dei suoi sceneggiatori, da quelle parti per visionare una “location”, un parolone per descrivere il luogo in cui si effettuano delle riprese cinematografiche. Decise di portare Marco con sé e glielo chiese. Per tutta risposta il ragazzo si alzò dal tavolo al quale erano seduti, indossò il giubbottino e si avviò verso l’uscita del bar, bloccandosi poco prima della porta.

- Devo prenderlo come un si? – gli urlò divertito Tonino.

E, dopo tanto tempo, gli occhi di Marco ebbero un lampo, si spalancarono e sorrisero assieme alle labbra sottili che il ragazzo aveva finalmente dischiuso, tradendo tutta la freschezza dei suoi vent’anni. Si girò senza parlare e, alzate le braccia, le piegò indicando coi pollici la scritta applicata a mano: “I’m not mad”. L’uomo in doppiopetto sorrise a sua volta, pagò il conto e si avviò verso l’uscita.

Recuperata l’auto dal meccanico, i due si diressero verso Castell’Umberto, un paese vicino, dove lo sceneggiatore stava studiando alcune zone che gli erano state segnalate per girare una fiction. Durante tutto il tragitto Marco non parlò, limitandosi ad osservare con attenzione tutto quello che fece Ljungberg. Ascoltò in silenzio la mezza dozzina di telefonate in vivavoce, le sfuriate di Tonino con i suoi collaboratori, le parole dolci di padre a Lorenzo, dodicenne alle prese con i compiti di scuola, che gli rimproverava di non essere mai presente. Guardò l’uomo che aveva accanto. I pugni di rabbia scagliati contro il volante, le risate autentiche. Burbero, dolce, spietato e indulgente.
Emozioni.
Quelle che avrebbe desiderato vivere lui. Quelle che gli erano mancate fino a quel momento. Marco decise in quel preciso istante. Appoggiò meglio la schiena al sedile e si rilassò. Alla radio suonavano i Green Day: Boulevard of broken dreams.  Alzò il volume e volse lo sguardo all’esterno dell’auto. Salutò in silenzio tutto quel mondo che scorreva via, e abbozzò il suo solito ghigno. Ora aveva un progetto.




Il cerchio nel mare del tempo

Marco distolse per un attimo lo sguardo dal monitor del suo computer, quel tanto che bastò per accorgersi, d’improvviso, che la luce del sole aveva quasi compiuto il suo lento declino dietro le montagne, al di là dello Stretto. Dall’altra sponda le prime luci iniziavano a rifrangersi sulle acque quiete di quella serata, violate solo dal lento incedere di alcune navi di passaggio.
Si alzò in piedi, e strofinò gli occhi stanchi col dorso delle mani. Il documento che scorreva sullo schermo luminoso era quasi terminato. L’avrebbe dovuto presentare il giorno successivo, e stava apportando le ultime modifiche.
Tenne le palpebre chiuse ancora per qualche istante, e quando le riaprì lo sguardo cercò nuovamente il mare, senza che lui se ne rendesse nemmeno conto.
Si conosceva… La sua bocca si contrasse in una smorfia che assomigliò ad un mezzo sorriso. Andò a recuperare la giacca nella stanza accanto e prese le chiavi di casa. Non sarebbe mancato molto, ma non avrebbe comunque rischiato di svegliare nessuno al suo ritorno. Fece per uscire, e di colpo si ricordò di quel maledetto telefonino. Lo prese dallo scaffale vicino alla finestra e chiuse la porta dietro di sé.

          Non ebbe bisogno di utilizzare l’auto. Il mare distava un centinaio di metri da casa sua, e così raggiunse la spiaggia a piedi. Attraversò la strada statale e scese fino alla riva, dove lo attendeva il solito scoglio a forma di conca. Si sistemò con cura sulla sua personalissima poltrona e chiuse gli occhi. Inspirò l’aria pungente di quella sera. La inspirò più forte che potè, fin quando non gli bruciarono le narici.
Ogni volta era come se si depurasse. Come se le correnti dello Stretto trascinassero via tutti i suoi problemi, le piccole amarezze di una vita, tra i suoi alti e bassi, comunque serena…
Riaprì gli occhi e il suo sguardo corse lontano, al punto in cui le potenze dei due mari si incontrano; laddove, ogni notte, Scilla e Cariddi accompagnano i naviganti su quelle acque di vetro.
Nel frattempo il quieto sciabordio schiumoso sommergeva e riportava in superficie, sempre più velocemente, un piccolo scoglio a pochi metri dalla riva.
Il mare innalzò la sua voce, quasi a voler ricordare di essere il padrone incontrastato di tutto ciò che era stato ed era ancora.
Marco credette fosse ora di andare. Il suo possente ospite aveva deciso di congedarlo, senza possibilità di replica alcuna.
Fu allora che un’onda si innalzò in maniera del tutto inaspettata, morendo con un violento fragore sulla spiaggia ghiacciata di quella sera.
Marco fortunatamente era già in piedi. Si spostò appena in tempo per evitare di essere investito dall’acqua, che si ritrasse quasi subito, lasciando dietro di sè uno stuolo di pietre, denudate della sabbia che ne nascondeva la presenza.
Intanto il mare, incredibilmente, sembrava aver placato la propria voce, quasi a voler permettere che l’uomo si avvicinasse nuovamente al punto da cui si era appena allontanato. Era un richiamo insensato, ma lui vi rispose.
La luce dei lampioni non arrivava fin laggiù. Solo la luna e le fioche lampare dei pescatori avrebbero aiutato la sua vista in quella ricerca. Ricerca di cosa poi? E a quale scopo? Se lo chiese più volte mentre con le mani snocciolava le pietre sulla riva…
Alla fine la logica ebbe il sopravvento.
Marco decise di interrompere quella perdita di tempo e fece per andarsene, piazzando il primo passo sulla sabbia umida.
Scivolò.
Si accasciò sulle ginocchia e solo uno scoglio, offertosi come insolito quanto provvidenziale appiglio, gli permise di non rovinare per terra.
Dopo un paio di secondi di smarrimento si riebbe, e cercò di capire cosa gli avesse fatto perdere l’equilibrio.
Ormai neppure la luna, oscurata dalle nuvole, lo avrebbe potuto aiutare.
Non si perse d’animo e, inginocchiatosi, iniziò a tastare il terreno.
Non ci volle molto. Appena sotto la sabbia le mani scovarono una forma fredda e dura. Qualche secondo ancora e Marco riconobbe quell’oggetto, inconfondibile anche al buio: era una bottiglia di vetro.
Risalì la spiaggia fino a raggiungere la statale e, una volta sotto il fascio di luce di un lampione, iniziò ad analizzare la sua scoperta.
Il vetro era scuro e spesso, e tutt’intorno le incrostazioni e i residui di alghe tradivano una lunga permanenza in mare. La forma assomigliava a quella delle bottiglie di scotch. Il tappo era metallico, probabilmente d’acciaio, visto che aveva resistito tutto quel tempo. La cura con cui quel contenitore era stato sigillato lasciava intendere che chi lo aveva chiuso sapeva ciò che stava facendo, ma soprattutto non voleva che quello che c’era dentro venisse danneggiato. Perché, nonostante pesasse così poco, dentro ci doveva sicuramente essere qualcosa.

          Marco tornò a casa. Erano passate un paio d’ore da quando se n’era andato e, anche se il maledetto telefonino non aveva ancora squillato, sicuramente tutti si stavano chiedendo dove si fosse cacciato.
Aprì la porta di casa senza fare rumore, e si accorse che ancora non c’era nessuno. Meglio per lui, che così avrebbe avuto tutto il tempo di dare un’occhiata più approfondita al suo mistero di vetro.
Provò inutilmente a svitare quel tappo d’acciaio; provò a forzarlo con tutti gli attrezzi che aveva a disposizione. Ma non riuscì nel suo intento. Allora, ormai vinto dalla curiosità, decise di passare alle maniere forti: avvolse la bottiglia in uno spesso asciugamano di spugna e, con una martellata decisa, infranse quel piccolo sarcofago del mare. Tolse l’asciugamano, facendo attenzione alle schegge, e si trovò di fronte un rotolino di carta ingiallita, chiuso dentro un anello. Lo raccolse e, d’istinto, sfilò il gioiello, che sembrava, e quasi sicuramente era, una fede d’oro.
Osservò quell’oggetto con un’attenzione che non ricordava di avere mai prestato, almeno negli ultimi anni. Guardò meglio all’interno della vera e lesse un nome e una data: Lisa – 12/02/1936.
La fede sembrava intatta. La osservò controluce: neppure un graffio, come se non fosse mai stata indossata.
La mise da parte, pensando non avesse alcun’altra informazione da offrirgli. Passò quindi al foglio. Lo aprì con molta cautela, visto il colore e lo stato di conservazione.
Fortunatamente la parte scritta si trovava all’interno e, seppure scolorito quasi totalmente, in alcuni punti l’inchiostro aveva retto abbastanza da capirci qualcosa.
La grafia era molto curata.  Sicuramente chi aveva scritto sapeva ciò che faceva.
“Dolore”… “ricordo”… “sempre”... “pace”.
Di quello che doveva essere il corpo della lettera erano rimaste solo queste quattro parole. Ma la cosa più grave era che, l’ombra che presumibilmente un tempo era stata una firma, adesso era quasi completamente illeggibile. Le uniche cose che restavano miracolosamente quasi intatte erano un acronimo, “R.I.P.” e la dicitura “Messina”, in calce al foglio, nella parte più riparata.
Squillò il citofono, scuotendo bruscamente Marco dal suo mistero. L’uomo rispose e aprì il portone, per poi ripulire tutti i cocci di vetro e nascondere frettolosamente tutto il resto. Aveva deciso: non avrebbe fatto parola con nessuno del suo segreto. Lo avrebbe risolto da solo. O magari con l’aiuto di qualche vecchio amico…
In un paio di minuti la famiglia fu al completo e, dopo una rapida cena, l’uomo si accorse di aver lasciato in sospeso quel benedetto documento sullo schermo del computer. Quella sera non ce l’avrebbe fatta di sicuro a completarlo. Era troppo stanco e decise che avrebbe rimandato tutto all’indomani.

          Il giorno seguente Marco uscì presto di casa. Aveva dormito male, sognando l’ombra di una donna con un foglio in mano ed una fede al dito. Ed ora era più che mai deciso a venire a capo di quel mistero, che lo aveva già completamente rapito.
Erano molti gli amici di vecchia data. E sicuramente qualcuno di loro avrebbe potuto aiutarlo a trovare degli altri pezzi di quell’intricato puzzle. Del resto, in tanti, nel corso degli anni, avevano ricevuto favori dal prof. Marco D’Angelo, docente di storia moderna all’università di Messina; e nessuno si sarebbe tirato indietro di fronte a una sua richiesta, seppure stramba.
Per cercare di venire a capo di quel mistero pensò subito di rivolgersi a Sergio D’Andrea, a lungo suo collega e tutt’ora grande amico. Sergio era un esperto di rilevazioni spettroscopiche. Utilizzando quella particolare tecnologia, nel corso degli anni, era riuscito a ricostruire parecchi documenti danneggiati dal tempo e dalla mano dell’uomo. Marco pensò che sicuramente gli avrebbe potuto dare un aiuto.
Sergio fu felicissimo di rivedere il suo vecchio compagno di lavoro, e si mise subito a disposizione per effettuare un’analisi del foglio. Il prof. D’Angelo sarebbe potuto passare l’indomani per sapere qualcosa in più su quel pezzo di carta ingiallita.
Ma non sarebbe bastato. Così, Marco, con in corpo un’eccitazione che da tanto tempo non sentiva più, decise di rivolgersi ad Antonio Labate, un numismatico di sua conoscenza; un tipo brusco e sbrigativo, ma sicuramente il più valido esperto di Messina in materia di gioielli ed affini.

          Antonio lo accolse col solito broncio, bofonchiando qualcosa di incomprensibile. Lo fece accomodare e si sistemò dietro la sua scrivania con la sua collezione di lenti. La sua fama non era immeritata. Riconobbe subito il tipo di incisione, e diede a Marco la notizia che rappresentò il primo tassello del rompicapo: quella che aveva in mano non era sicuramente una fede nuziale.
Quel tipo di anello differiva dalla vera per alcuni piccoli particolari incisori, che ne facevano un oggetto quasi unico, prodotto da un solo orafo a Messina, ormai scomparso da molti decenni. La sua specialità era la produzione di gioielli per la commemorazione di chi moriva in giovane età. A commissionarglieli erano solitamente i genitori o il coniuge di chi aveva lasciato prematuramente questo mondo.
Marco ringraziò Antonio che, come al solito, rispose col suo grugnito di commiato.
Si recò, quindi, allo Stato Civile per consultare gli archivi dei decessi del 1936, ma dopo una lunga consultazione non trovò niente. Nessuna Lisa era morta il 12 febbraio del 1936.
“Non ha senso” pensò il prof. D’Angelo, ormai gettato a capofitto alla ricerca della soluzione di quel mistero che, di colpo, tornava a infittirsi.
Rientrò a casa, continuando a rimuginare su quella faccenda.

          A tavola, quella sera, nessuno si rese conto del suo stato d’animo. Anche se era evidente che c’era qualcosa di nuovo in lui… o di vecchio. Qualcosa, nel suo sguardo. Un piglio che pensava di avere perduto da tempo e che, invece, era riemerso da chissà dove, e chissà come, grazie a quella bottiglia ed al suo contenuto misterioso.
Tornò al suo computer, ma stavolta non ebbe proprio voglia di completare quel documento in attesa sul desktop. Ormai aveva un solo scopo: risolvere quell’enigma. E attese con impazienza che arrivasse il giorno successivo.
Non appena l’orologio del salone rintoccò le otto, Marco indossò la giacca ed uscì di casa. Non riuscì a descrivere neppure a sé stesso la sensazione che provava in quel momento. Si sentiva come un diciottenne che correva verso i suoi esami di Stato. Era come se qualcuno, tutto d’un tratto, avesse scrollato via dalle sue spalle la polvere pesante dei titoli, delle esperienze, delle responsabilità di adulto. Si sentiva di nuovo padrone del mondo. Con un obiettivo che adesso aveva la priorità su tutto il resto.
Ritornò da Sergio D’Andrea per ritirare i risultati della spettroscopia e il documento.
Il suo amico lo stava aspettando. Lui aveva capito tutto. Aveva visto quel vecchio sguardo negli occhi di Marco, e si era messo al lavoro per riuscire ad aiutarlo in questa avventura.
Sergio non era solito deludere il suo amico, e la regola non fu tradita neppure questa volta. Era riuscito a ricostruire gran parte del documento, e adesso si poteva leggere quasi interamente quello che, ormai senza dubbio, era una via di mezzo tra un epitaffio ed una struggente lettera d’addio: “Figlia mia, il dolore che oggi ci strazia il cuore e le membra non si sopirà mai. Ma non dubitare, il ricordo del tuo viso, della gioia che ci desti, resterà per sempre nelle nostre anime e nelle nostre menti. Torneremo nella nostra Patria, ma tu resterai per sempre qui, dove nascesti, per continuare a sognare in pace, per sempre. With love”. In calce alla lettera, Marco potè finalmente leggere la firma che fino al giorno prima era solo un alone sbiadito. C’era scritto “George Sanderson”.
La testa di Marco parve scoppiare. Ringraziò Sergio e uscì per strada. Iniziò a passeggiare, pensando convulsamente. Lui allo Stato Civile c’era andato, aveva controllato tutti i documenti esistenti, ma nessuna Maria era morta in quel giorno. Non ci poteva essere margine d’errore. “A meno che… Ma certo!”. Si fermò di colpo e reclinò la testa all’indietro, con lo sguardo fisso verso il cielo, come se un’illuminazione lo avesse colpito in quel preciso istante.

           Salì in auto e si diresse verso gli uffici dello Stato Civile, ansioso di capire se la sua intuizione era stata giusta.
Dovette fare parecchia impressione all’impiegata che lo accolse, perché la poverina non disse nulla, si limitò ad assecondare quell’uomo stralunato, che non vedeva l’ora di controllare chi fosse morto settantun’anni prima.
Estrassero nuovamente tutti i registri, fino a trovare quello che interessava al prof. D’Angelo. Ma stavolta Marco volle controllare i morti del 2 dicembre 1936.
Infatti, gli era venuto in mente solo qualche minuto prima che gli anglosassoni utilizzano un altro metodo di datazione, con un ordine invertito tra mese e giorno. Così il 12/02/1936, semplicemente era il 2 dicembre 1936.
Il ragionamento filava. Ora bisognava vedere se il professore di storia moderna era stato in grado di risolvere il suo mistero.
L’impiegata sfogliò lentamente il vecchio registro polveroso, e ad ogni pagina il cuore di Marco ebbe un battito sempre più forte, sempre più veloce. Fin quando non arrivò, finalmente, alla pagina che più gli interessava. Forse come nient’altro in quel momento.
- Elle, elle… Lara… Lelia… Linda… LISA! Eccola qui, signore! Lisa Sanderson, nata il 15 aprile 1933 a Portsmouth, Inghilterra e morta qui a Messina il 2 dicembre 1936… - .
Le parole di quella donna suonarono come una musica di vittoria per Marco.
- SI! Lo sapevo! - esplose il professore, alzando un pugno chiuso verso il cielo, di fronte agli occhi sempre più sbigottiti dell’impiegata.
Il suo mistero aveva finalmente una soluzione. Adesso avrebbe potuto riprendere la vita di sempre… O magari no? Forse in effetti c’era ancora qualcosa da fare.

          Quella sera, dopo la solita cena in famiglia, Marco si sedette al computer, deciso a completare quel documento che aveva fatto aspettare fin troppo sul monitor. Il giorno dopo sarebbe andato a depositarlo… Il tempo ormai stringeva.
L’orologio del soggiorno quella mattina suonò le otto, ma Marco era già uscito di buon’ora. Aveva un paio di cose da fare, e poco tempo a disposizione.
Consultò il registro catastale del cimitero inglese di Messina, una zona all’interno del Cimitero Monumentale in cui, nel corso dei secoli scorsi, avevano trovato riposo centinaia di cittadini anglosassoni che avevano deciso di stabilirsi in città. E che l’avevano amata fintanto da decidere di passarci l’eternità.
Non fu facile, ma il prof. D’Angelo riuscì a trovare la tomba di Lisa. Era ormai in rovina. Marco si chinò affannosamente sulla lapide e vi poggiò una rosa rossa con lo stelo infilato nell’anello e il foglio ingiallito avvolto intorno ad esso.
Non sapeva perché il padre di Maria avesse consegnato al mare il suo ultimo saluto alla figlia amata, ma certamente sapeva che il posto giusto per custodire quel segno d’amore era lì, dove tutto perde il senso e diventa immensità.
Dalla tasca di Marco cadde una busta. Si chinò per raccoglierla e sorrise riguardando quel foglio di carta. C’era scritta una serie di paroloni astrusi, di quelli che solo i medici, con la loro pessima calligrafia, riuscivano a buttare giù. Niente a che vedere con la scrittura elegante e forbita di Mr. Sanderson, of course…
Rise, Marco. Rise, leggendo ancora una volta, alla fine del foglio, quella parola che sapeva di sentenza: “Metastasi”…. Ne era a conoscenza da tempo. Non lo aveva detto a nessuno; ne aveva fatto il proprio segreto, che lo avrebbe accompagnato fino alla fine. Ma poi… Poi quella bottiglia dal nulla che lo aveva riportato alla vita, che gli aveva ridato un motivo per sperare, per sentirsi ancora l’uomo che era stato un tempo.
Certamente. Adesso quella sentenza sapeva un po’ di beffa. Ma la vita era quella, e bisognava accettarla.

          Marco ripensò a quegli ultimi giorni, mentre andava a consegnare quel documento al notaio. Era un testamento semplice, senza condizioni particolari. Più che altro un modo per salutare tutti nell’ora dell’ultimo sorriso.
Si, perché Marco aveva ripreso a sorridere, e finalmente se ne accorsero anche i suoi figli. E i suoi nipoti… Perfino il pronipotino appena nato.
A 87 anni, del resto, si può immaginare: ogni attimo diventa prezioso come una goccia di infinito, consegnata per sempre ad una bottiglia di vetro dispersa nel mare dell’eternità.






I racconti folli del Cavaliere Pazzo

Durante il tempo trascorso a girare senza sosta sulla mia giostra immaginaria (ma non troppo) sono tante le cose passate per la mente, scorse via sotto il Sole o attraverso il riflesso della Luna specchiata sullo Stretto.
Tante follie, qualche risata e alcune lacrime.
Pezzi di deliri perduti per sempre tra le onde del mare.
Quasi tutti.
Qualche pazzia, infatti, ho deciso di appuntarmela per non farla andare via.
Adesso ho deciso di condividere con chiunque vorrà le mie personali schizzerie, le paranoie immaginarie di un povero Cavaliere che sfreccia su un cavallo di legno.
Rispondo in anticipo a chi mi volesse chiedere perchè ho scritto quel che leggerete dicendo che una vera ragione non esiste, visto che stiamo parlando di follia pura.
La follia non ha bisogno di giustificazioni.
E chi è folle parte avvantaggiato, perchè nessuno chiederà mai spiegazioni ad un pazzo.
E quest'ultimo sarà il padrone del Mondo, dall'alto della sua delirante libertà.


Venghino Siore e Siori!
Il parco del Cavaliere Pazzo ha riaperto i battenti!
Le giostre sono libere, il prezzo è equo: un sogno ed un sorriso.


Solo un'avvertenza...
Non date da mangiare a Scilla e Cariddi...


July 02

Un qualsiasi giorno irripetibile

“… E allora se passo tra un quarto d’ora sotto casa tua me lo presti?”
Quasi mai ci si rende conto dell’importanza di un singolo momento mentre lo si sta vivendo…
E’ stato un attimo qualunque, il punto esatto in cui una diga salta.
Nessuno sa calcolare l’istante preciso nel quale il cemento armato, per chissà quale motivo, si sgretola tutto in una volta sotto la pressione dell’acqua e lascia che questa travolga ogni cosa.
La mia diga si è disintegrata alle dodici e mezza di un qualsiasi 2luglio2007, in una meravigliosa giornata di mezz’estate.
E una cascata d’acqua limpida si è riversata sulle mie paure, sulle sofferenze, scorrendo come un fiume impetuoso tra i pregiudizi, sommergendo ricordi di vecchi dolori, diluendo le lacrime fino a disperderne il sale.
E quando il fiume si è arrestato, dopo la sua corsa di purificazione distruttiva, per la prima volta dopo tanto tempo sono riuscito a inspirare profondamente, come fossi rimasto in apnea per anni, come fossi riemerso dalle acque di quel lago improvvisato, tirando un sospiro di vita, accecato dal sole dopo tanto buio.
Tornare alla vita è meraviglioso.
Rendersi conto che in realtà non si era ancora vissuto lo è di più…



April 08

A Te...

A te che sei l’unica al mondo
L’unica ragione per arrivare fino in fondo
Ad ogni mio respiro
Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato
All’ angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perché non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magia
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro all’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che io
Ti ho visto piangere nella mia mano
Fragile che potevo ucciderti
Stringendoti un po’
E poi ti ho visto
Con la forza di un aeroplano
Prendere in mano la tua vita
E trascinarla in salvo
A te che mi hai insegnato i sogni
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l’unica amica
Che io posso avere
L’unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
a te che hai reso la mia vita bella da morire, che riesci a render la fatica un immenso piacere,
a te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più,
a te che hai dato senso al tempo senza misurarlo,
a te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore,
a te che sei, semplicemente sei, sostanza dei giorni miei, sostanza dei sogni miei...
e a te che sei, semplicemente sei, compagna dei giorni miei...sostanza dei sogni...

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